Domenica 8 febbraio 2026, "Oculi", terza domenica del tempo di passionepastore Emanuele FiumeLuca 9, 57-62Mentre camminavano per la via, qualcuno gli disse: "Io ti seguirò dovunque andrai". E Gesù gli rispose: "Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo dei nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo". A un altro disse: "Seguimi". Ed egli rispose: "Permettimi di andare prima a seppellire mio padre". Ma Gesù gli disse: "Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; ma tu va' ad annunciare il regno di Dio". Un altro ancora gli disse: "Ti seguirò, Signore, ma lasciami prima salutare quelli di casa mia". Ma Gesù gli disse: "Nessuno che abbia messo la mano all'aratro e poi volga lo sguardo indietro, è adatto per il regno di Dio".
SermoneDomenica scorsa abbiamo ascoltato il Vangelo dello stare saldi in Cristo. Ma Cristo si muove, cammina, va. E noi rischiamo di stare fermi, di star saldi al posto nostro, e così di non essere con lui in cammino. Perché davanti alla sua luce che illumina il nostro cammino, le ombre e le tenebre sono dentro di noi. Le resistenze a Cristo non sono solo in Trump e in quelli che all’ora del culto sono a casa o al bar a farsi i fatti propri, ma sono dentro di noi, sono nella nostra storia personale, sono nelle pieghe più delicate del nostro essere e nei ricordi che restano e che pesano. Le ombre sulla luce di Cristo siamo noi. Essere in Cristo vuol dire seguirlo, senza zone d'ombra. Il Cristo dei Vangeli è un Cristo che cammina, e chi lo segue non può seguirlo senza essere stato chiamato, né può seguirlo con un piede solo, con il piede dell’ideale, del sogno, dello stare dalla parte buona, così come non si può prendere un treno pensando di poter tenere un piede in stazione. I tre aspiranti discepoli senza nome rappresentano tre modi diversi del tentativo umano di limitare la sovranità di Dio, di tirare una riga sul proprio essere e pretendere che Dio non la oltrepassi. È il tentativo di essere cristiani con un piede solo, e su un piede solo la strada che potremo fare sarà molto corta. I tre non hanno nome, noi ci prendiamo la libertà di dargliene uno. Anzi, facciamo come John Bunyan, il grande scrittore puritano, che chiamava i suoi personaggi con nomi che ne indicavano il carattere. Il primo lo chiamiamo Entusiasta, quello che nella fede ha risolto tutti i problemi e che si sente pronto a fare di tutto perché vede in Gesù la soluzione vincente a tutti i problemi. Il nostro Entusiasta vuole seguire il Maestro della sapienza e dei miracoli con tutto l'entusiasmo possibile e darebbe tutto sé stesso per poter seguire le orme di Gesù. Ce lo immaginiamo come un evangelico fervorosissimo, di quelli che dicono: "Il mondo va male, io avevo tantissimi problemi, ma da quando mi sono convertito li ho risolti". Questo è il carattere di Entusiasta. Ma, caro Entusiasta, ti rendi conto che la via di Cristo è la via della sofferenza e della croce? Gesù gli risponde che anche le bestie selvatiche o insignificanti hanno un luogo dove sono al riparo dai pericoli, un luogo di pace dove tornare alla fine della giornata di lavoro (o della nottata di lavoro nel caso della volpe), ma Gesù non sta andando verso un luogo di pace, ma di morte. Morirà su una croce. Entusiasta ignora tutto questo. Entusiasta vede in Gesù l'autostrada verso il cielo e non sa che in cielo ci si arriva soltanto attraverso un aspro e tortuoso sentierino di montagna. In tutto questo, Entusiasta limita la direzione della sovranità di Cristo: vuole seguirlo ovunque, ma non si domanda nemmeno se la via di Cristo è effettivamente quella che lui si immagina. Martin Lutero diceva che la sofferenza è l'abito di nozze del cristiano, cioè è quello che caratterizza il cristiano, come l’abito da sposa rende subito riconoscibile la sposa. Chi è il cristiano? Quello sotto la croce! Sofferente e salvato. Chi vuole seguire Cristo senza guardare la sua croce e senza portare la propria potrà essere un entusiasta, un fervoroso. Ma è un esaltato e non un credente. Rifletti sul centro dell’opera di Cristo, caro Entusiasta, prima di diventare – per colpa soltanto tua – un entusiasta deluso! Non sei qui per la gente, per le idee, per il progressismo, per la laicità. Sei qui perché il tuo Signore non ha un luogo dove poggiare il capo, perché il tuo Signore ha sofferto ed è morto per te. E a parte questo, per tutto il resto qui dentro in ultima analisi è esattamente uguale a qui fuori. Il secondo aspirante discepolo lo chiameremo Combattuto perché è un uomo che combatte con il suo passato, un uomo che ha un'incombenza terribile da sbrigare e questo non gli permette di essere disponibile da subito. Combattuto deve seppellire suo padre, ma con questo si intende qualcosa di più che il semplice funerale. A chi di voi è capitato di perdere un parente stretto o un amico particolarmente caro la situazione è lampante: oltre il naturale dolore emergono sensi di colpa, vecchi dispiaceri, cose importanti che non si ha avuto il coraggio di dire prima e il coraggio viene adesso, viene quando è troppo tardi. Per questo abbiamo chiamato quest’uomo Combattuto. In altre parole, Combattuto dice a Gesù: "Non mi toccare il mio passato e non lo giudicare perché è affare mio. Sono io che devo seppellire mio padre e poi in qualche modo seppellire il mio passato. Tu, Gesù, non c'eri ancora quando mio padre era vivo e adesso mi vergogno già da solo, figuriamoci se ci sei anche tu mentre faccio i conti col mio passato!" La risposta della parola di Gesù è tagliente: "Lascia i morti seppellire i loro morti" cioè il tuo passato, qualsiasi esso sia stato, non ha il diritto di interporsi tra il tuo presente e il tuo futuro. Il passato deve restare passato, e il tuo passato è seppellito nella misericordia di Dio. Cristo ti chiama con tutto te stesso, anche con la vergogna della tua storia, per giudicarla e per perdonarla. Il terzo lo chiamiamo Affettuoso, perché è senza dubbio una persona che ha e che dà affetto. Uno che ha una famiglia, dei cari, degli amici e che non vuole perderli all'improvviso, tuttavia intende seguire seriamente Gesù. Allora trova una soluzione di correttezza che però limita la sovranità di Dio: egli ha bisogno soltanto di pochi minuti per salutare la famiglia e gli amici, poi sarà completamente disponibile per il regno di Dio. In altre parole Affettuoso dice a Gesù: "Io ti seguirò e ti obbedirò, ma tu devi lasciarmi i miei affetti, i miei amici e le mie cose ancora per qualche minuto. Certo, io ti appartengo, ma ci sono ancora per poco delle cose che appartengono soltanto a me; sono tuo, ma mi tengo ancora per qualche istante le cose mie". Noi tutti sappiamo bene in che modo un affetto incatenato può essere nocivo alla nascita e alla maturazione di una vocazione e talvolta può arrivare a soffocarla. I rapporti molto spesso sono delle catene da cui non ci si libera non per amore, ma semplicemente per affetto. L’affetto è una cosa diversa dall’amore, perché l’amore libera e potenzia la vita. In alcune zone d'Italia fino a qualche anno fa esisteva in certe famiglie la perversa abitudine di allevare l'ultima figlia come bastone della vecchiaia dei genitori. Non si sposava e accudiva i vecchi genitori fino alla loro morte per poi vivere della carità degli altri parenti, ma faceva tutto ciò per affetto, non per amore, per affetto verso una schiavitù, verso un carnefice. Ma chi mette mano all'aratro e si volge indietro non è adatto al regno di Dio, cioè se lasciamo che l'affetto prevalga sull'amore verso Dio, allora sterilizziamo la nostra vocazione e commettiamo la più sottile e pericolosa delle idolatrie perché zittiamo la parola liberatrice di Dio per dare voce soltanto agli affetti incatenanti del nostro cuore. Dopo aver visto quello che c'è in questo brano della Bibbia, possiamo notare quello che manca. Che cosa manca? Manca la fine, la storia dell'incontro di Gesù con Entusiasta, Combattuto ed Affettuoso non si conclude. Non si conclude perché tutti e tre stanno ancora oggi davanti al Signore Gesù Cristo; il fervore che non considera la via della croce, la vergogna del proprio passato e la passione degli affetti disordinati sono esistiti in tutti i tempi e in tutti i luoghi del cristianesimo. Ognuno di noi qui si può riconoscere in uno dei tre personaggi, forse in tutti e tre. Ognuno di noi può leggere in questa pagina la propria limitatezza e i propri tradimenti ascoltando le parole di Cristo che pretendono una conoscenza e una pratica della libertà di seguirlo. Tutti noi abbiamo detto e diciamo: "Ti seguirò, Signore, ma..." finché la parola di Cristo, giudicante e liberatoria, brucia tutti i nostri "ma" e ci rende liberi di seguirlo. La sua parola ci ha resi liberi di seguirlo. La sua parola ci spoglia di tutto, delle ricchezze e delle scuse, del fervore e della vergogna. Non li cancella, ma li rende irrilevanti ai fini del nostro cammino terreno e della nostra sorte eterna. Una parola che penetra all'interno della nostra personalità e della nostra storia per illuminare quello che vogliamo dimenticare e nascondere a noi stessi e per mostrarci la sola tortuosa ma vera via, questa è la parola di questo Vangelo. È una vocazione che giudica per perdonare, che fa sentire forte e chiaro il suo "no" detto al rapporto che noi volevamo avere con Dio affinché prevalga il "sì" del rapporto che Dio vuole avere con noi, una parola che guarisce la nostra vocazione e la nostra vita con la medicina efficace del suo giudizio. |
> |