Domenica 22 marzo 2026, "Judica", quinta domenica del tempo di passionepastore Emanuele FiumeEbrei 13,12-14Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, soffrì fuori della porta della città. Usciamo quindi fuori dall’accampamento e andiamo a lui portando il suo obbrobrio. Perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura..
SermoneI cristiani, indubbiamente, si muovono. Trentatré milioni e quattrocentomila pellegrini sono entrati a Roma l’anno scorso, per il giubileo. Quasi due milioni più del previsto. Entrati festanti e beati, incuranti di tutte le contraddizioni, anzi delle complexio oppositorum che Roma non ha mai avuto il pudore di nascondere. Le immagini della madonna e le ragazze sulla Salaria; le tombe dei papi e la non tomba di Emanuela Orlandi… Quasi trentacinque milioni, col sorriso di chi crede di aver compiuto un’opera buona e di aver anche mangiato bene. Nello stesso anno tra i trecentottanta milioni di cristiani perseguitati o discriminati nel mondo – anno 2025 – tanti sono usciti dalla propria città, dal proprio villaggio per non tornare più, perché perseguitati a causa della fede. Il potere ha fatto loro capire che è meglio andarsene. Questi escono fuori dalla loro casa, dal loro villaggio, dal loro paese portando su di sé l’obbrobrio di Gesù. Senza bandiere nazionali, senza striscioni, senza chitarre e senza una italian pizza a Borgo Pio. In silenzio, tra i commenti ipocriti: “Starai meglio lì” e “Ormai non posso più aiutarti”, in fretta, caricando in fretta una vecchia automobile e partendo all’alba, prestissimo, per non vedere quelli che saranno molto più tranquilli quando quella famiglia cristiana sarà andata via. E questi che scappano, dove sono diretti? Qual è il luogo che aspetta loro, e che in fondo aspetta anche noi? Questo luogo al quale sono diretti i credenti è “fuori”. Fuori della porta della città, fuori dall’appiattimento, dalla volubilità e dai compromessi delle nostre città e dei nostri paesi. Fuori dalle barriere, dalle mura della cultura, della società, della tradizione e della Storia, fuori dalla società del mercato e dei sondaggi. Fuori dai centri di potere e fuori dai centri di benessere. Fuori dai grandi vecchi tabernacoli e fuori dai problemi del nostro egoismo spirituale. Fuori! Fuori! Siamo diretti al luogo di Gesù, che è fuori da tutto questo. Gesù non ha passato l’ora suprema della sua vita dentro le mura di Gerusalemme, ma fuori, sul Golgota. La città di Gerusalemme l’aveva accolto al grido di “Osanna al figlio di Davide!”, l’aveva riconosciuto come Messia d’Israele, ma pochi giorni dopo la stessa città gridava per la sua morte, gridava: “Sia crocifisso!”. La città è il luogo in cui convivono idee e umori diversi, e la prevalenza di questo o di quello è determinata da paure, interessi, convinzioni e sogni collettivi che la rendono un ambiente complesso, infido, pericoloso, sempre tristemente uguale a sé stesso. Bastano cinque giorni per passare dal trionfo alla condanna a morte. Ma Gesù non viene crocifisso all’interno della città. Viene portato fuori, in una marcia della morte, con la croce sulle spalle. Nella città le esecuzioni non sono gradite; la città rimuove da sé quella morte che essa stessa ha determinato. Così, l’altare su cui Gesù viene sacrificato non si trova nel luogo storico dell’altare del tempio di Gerusalemme, ma fuori dalla città stessa. L’altare del nuovo patto è fuori dai condizionamenti e dalle manipolazioni della società umana, religiosa o laica che sia. Il sacrificio del nuovo patto si svolge nell’ambito di Dio e non nella città degli uomini, neppure in quella consacrata a Dio. Cristo ne è sacerdote e vittima al tempo stesso, senza mediazioni umane, al di fuori del luogo, il tempio, in cui le mani umane offrivano sacrifici a Dio. L’indicazione che la Scrittura dà ai credenti è di uscire dall’accampamento, dal luogo della società, e seguire Cristo fuori, portando il suo obbrobrio, cioè il retaggio della sua esclusione e della sua morte. Andare a Cristo significa uscire dall’accampamento. Cristo non è nei bar, nelle piazze, nei luoghi di decisione. È passato da lì, ma non è rimasto lì perché non hanno voluto saperne di lui.. Cristo non è nella città. Cristo è in cielo, alla destra di Dio, ed è lì che vuole essere adorato e glorificato. È passato nelle città e negli accampamenti, e ci passiamo anche noi, ma non si è fermato lì. Si va fuori, si va verso Gesù. La città, l’accampamento sono a metà strada. La meta è oltre, è fuori. Per noi è ora di entrare nell’ordine di idee che bisogna uscire, bisogna cercare Gesù uscendo da noi stessi, uscendo dalla nostra collettività con le sue regole crudeli, attraversando la città non impantanandoci nei compromessi, ma andando dritto. Fuori! E si esce con lacrime, con dolore, con timore. Portando con sé l’obbrobrio, la condanna, l’incomprensione, lasciando indietro tutto. Ma così si va a Cristo, così si va in cielo, nel luogo dove Cristo è adorato e glorificato. Si va in cielo, e nessun razionalismo d’accatto ci strapperà il cielo dalla nostra testa e dalla nostra meta. Le ultime parole del Vangelo di oggi ce lo confermano: la città terrena passa, la città futura resta, e vale la pena cercarla. S. Agostino intitolò la sua opera più famosa “La città di Dio” dopo aver visto la città più importante e duratura dell’antichità, la Roma dei Cesari, cristianizzata da trent’anni, espugnata e saccheggiata dalle orde dei Goti. La città terrena non è stabile, non è così stabile come noi la crediamo. Costruire soltanto per la città terrena vuol dire legarsi mani e piedi alle sorti di questa città, e perire con essa. Noi abitiamo nella città di quaggiù, ma sappiamo che il nostro senso, il nostro scopo, il nostro fine sono in Dio. Non ci aspettiamo semplicemente una società più giusta, più sicura, con più benessere. Non confondiamo il regno di Dio con il regno delle promesse elettorali, e nemmeno vogliamo decapitare la nostra speranza con il solito messaggio sociale della costruzione di frammenti del regno di Do sulla terra. A me il regno di Dio interessa, ma interessa tutto intero, non a frammenti. La città futura non è la città perfezionata, la città senza droga, senza prostituzione, senza ingiustizia. La città futura è la città di Dio, la città dove questi nostri occhi vedranno quello che le nostre orecchie hanno udito. “Non abbiamo qui una città stabile, ma cerchiamo quella futura” mentre noi abbiamo interiorizzato il contrario, l’aver trovato qui un assetto stabile – e per questa stabilità ne sopportiamo i difetti e le crudeltà – e non cerchiamo quella futura, che arriverà quando Dio vorrà e quindi, non dipendendo da noi, non la cerchiamo… e intanto crediamo di salvare il mondo, almeno a chiacchiere (e nessuno ci ha chiesto di farlo) e non cerchiamo Gesù Cristo e la sua parola perché stiamo troppo bene (e invece Dio ci chiede di cercarlo). Quindi non siamo in ricerca, fuori dall’accampamento, verso la città futura. Siamo fermi a fare cose o a tentare di farle, ma non ci è chiesto questo. Ci è chiesto di uscire, di fendere la folla, di vivere andando in modo che tutti si chiedano dove stiamo andando e qualcuno reagisce bene e altri reagiscono male. Dove stiamo andando, portando quell’obbrobrio di Gesù che santifica tutto il popolo? Al momento siamo fermi. E se siamo fermi, diventiamo città. Diventiamo la città che crea da sola i problemi che non riesce a risolvere, che tollera gli estremi, impegno e menefreghismo, generosità e tirchieria, carrieristi e imboscati, fanatici e disinteressati, la libertà è solo diritti e mai doveri e la prima libertà è quella di scaricare le responsabilità… oggi la chiesa valdese non ha un solo problema che non venga dal suo interno, non ha nessuno che le vuole male, che la vuole finita, che la perseguita e la discrimina… eppure mai come in questi tempi siamo stati in crisi. Ci siamo fermati, dopo secoli, per tirare un po’ il fiato, e abbiamo creduto di aver trovato il nostro posticino… e senza accorgercene siamo diventati città. Facciamo un esempio. Centoventi anni fa la signora cattolica di Forano la sera diceva il rosario, in una lingua che non capiva. La signora evangelica invece leggeva l’Amico di Casa, sottotitolo: Almanacco popolare, con ogni giorno una ricetta nuova, una nota sull’igiene dei cibi o sulla puericoltura, un raccontino storico, un versetto e una meditazione biblica. Dove stava andando la signora evangelica? Stava andando dall’ignoranza alla conoscenza, dall’analfabetismo alla lettura, dalla miseria alla gestione oculata delle risorse, dall’abuso di vino alla tazza di the… e funzionava, questo cammino funzionava, questa formazione interna era un cammino autentico dal peggio al meglio. Oggi che differenza c’è tra una casa di valdesi e le altre? L’Amico di Casa non esiste più, nessuno si prende mezz’ora per leggere la Bibbia e riflettere e la televisione accesa tutto il giorno non la guardiamo neanche, ma è sottofondo necessario a distrarci continuamente. Cioè vostra bisnonna, che non era mai uscita da Forano, leggendo il suo Amico di Casa la sera dopo cena era spiritualmente molto più in cammino di voi, che avete fatto viaggi e vacanze in tutto il mondo. Camminava portando l’obbrobrio, i vicini che commentavano “Adesso che va dai protestanti si è messa anche a leggere!”, ma camminava, quella mezz’ora era il nutrimento del suo viaggio fuori dall’accampamento degli uomini verso la città di Dio, fuori dall’ignoranza verso la conoscenza, fuori dalla servitù verso la libertà, fuori dalle vecchie pratiche verso l’adorazione genuina. Questo lo sanno – molto dolorosamente – quei cristiani pressati e perseguitati che devono lasciare le loro case e i loro paesi e li trovate anche a Roma che fanno i fiorai. Loro, come vostra bisnonna, sanno da dove vengono e dove vanno. E noi? Nessuno ci perseguita, nessuno ci discrimina, ma passiamo un momento difficile e critico, dovuto soltanto a noi stessi. Rischia di prevalere la staticità, il non dire per non urtare, il non fare per non sbagliare, il sospendere la responsabilità e il non pretendere la responsabilità, il non scegliere. Insomma, chi non fa, non sbaglia e comunque abbiamo troppi problemi da risolvere… siamo pochi, l’età media… se ci fosse,,, questi siamo e nessuno chiede l’impossibile, ma qualcuno chiede a tutti un cammino e scelte del cammino da persona responsabile. Anche perché le scelte implicano un’azione responsabile e spesso costosa. Quindi, prima cosa, ogni membro della chiesa ha una responsabilità personale che mette in comune con gli altri, nell’ascolto della parola di Dio che è lampada al nostro piede e luce sui nostri passi… e se stiamo fermi, quali passi deve illuminare? E la luce di questi tempi è cara… Allora, prima cosa, non puoi marciare verso la città futura se non sai che c’è, che c’è una parola autorevole che dichiara fragile e transitoria questa città, questa realtà. “Ma come? La mia città terrena è sempre stata solida, potente, intoccabile…” fino alla sera del crollo del muro di Berlino o fino alla mattina dell’undici settembre. Perché basta un quarto d’ora perché il mondo cambi. E mentre cambia – ultimamente in peggio – possiamo soltanto tornare a metterci in un cammino di responsabile libertà con gli occhi della fede fissi sul Signore Gesù Cristo. Un cammino in cui siamo sempre meno Io e sempre più noi, in cui accogliere non vuol dire tollerare con fastidio, ma fare posto, in cui la persona da aiutare è reale e vicina a te, in cui del viaggio della tua vita non puoi capire niente finché Dio stesso non ti dice dove stai andando. E te lo dice, eccome se te lo dice, forte e chiaro: fuori dalla città del mondo, fuori dalle sue regole crudeli, fuori dai suoi falsi idoli. La città terrena non ci sarà più, e al suo posto ci sarà il luogo dove si dirà “perdono” e non “profitto”, “gioia” e non “lutto”, “pace” e non “il più forte sono io”, “vita” e non “mi definisca bambino” e dove si dirà “noi” non soltanto in contrapposizione a un “loro”. Non ci sarà la schizofrenia tra massificazione ed egoismo, trentatré milioni di pellegrini dentro la città, ciascuno convinto di essere stato fondamentale, e la loro effettiva deprivazione e riduzione a numero. Saremo aperti a Dio e al prossimo. Non saremo massa, non saremo una massa di inconsapevoli egoisti in cui ciascuno pensa che il leader dall’alto ha guardato verso di lui, ha guardato lui. Qui c’è un’altra proposta, dura, concreta e vera. Beato chi attraversa la città terrena con lacrime e con coraggio, per cercare il luogo in cui Dio lo salva e lo chiama. In città ti senti accompagnato, ma sei solo, sei un numero. Invece in questo viaggio sarai sempre, sempre accompagnato, preceduto e seguito. Esci dall’accampamento, esci dalle mura del tuo cuore, esci dai tuoi problemi, esci dalla tua impotenza, esci dal tuo “non si può” e segui modestamente e onestamente Gesù, verso la città futura. Fuori! E buon viaggio! |
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