19 aprile 2026,"Misericordias Domini"pastore Emanuele FiumeI Pietro 2, 21-25Infatti a questo siete stati chiamati, poiché anche Cristo ha sofferto per voi, lasciandovi un esempio, perché seguiate le sue orme. Egli non commise peccato e nella sua bocca non si è trovato inganno. Oltraggiato, non rendeva gli oltraggi; soffrendo, non minacciava, ma si rimetteva a colui che giudica giustamente; egli ha portato i nostri peccati nel suo corpo, sul legno della croce, affinché, morti al peccato, vivessimo per la giustizia, e mediante le sue lividure siete stati guariti. Poiché eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime.
SermoneA quale “questo” siamo stati chiamati? A questo: “Domestici (cioè servi), siate con ogni timore sottomessi ai vostri padroni, non solo ai buoni e ragionevoli, ma anche a quelli che sono difficili. È una grazia se qualcuno sopporta, per motivi di coscienza dinanzi a Dio, sofferenze che si subiscono ingiustamente” (I Pietro 2,18-19). A questo siete stati chiamati. A sopportare le sofferenze che subite ingiustamente. A prendere voi, a portare voi sulle vostre spalle gli errori commessi da chi esercita un potere su di voi, come sa bene chi ha svolto o svolge un lavoro subordinato: l’errore del capo ricade sempre immediatamente su chi sta sotto di lui. Questo dobbiamo sopportare, cioè portare, non farcelo piacere, in nome di Cristo, tutta la vita, perché questo è grazia, è letteralmente grazia. La vocazione al servizio non dura una parte del tempo libero e non vale soltanto verso chi apprezza il nostro servizio. “Siamo al servizio di questo paese, siamo al servizio del prossimo…” se sei al servizio, sei diventato servo, e se sei diventato servo, ti becchi le conseguenze degli errori del tuo padrone e il tuo padrone potrà non dirti mai “grazie!”. Una vita senza mai sentire il “grazie!” che ti sarebbe dovuto. A questo siete stati chiamati. Siete chiamati a conformarvi a Cristo. Questa è l’etica, questa è la santificazione. Che non conosce la terza persona. Solo la prima, io e noi, e la seconda, tu e voi. Non fidatevi di quelli che danno indicazioni sull’etica in terza persona! Non fidatevi di chi si occupa dell’etica… degli altri. Non fidatevi di chi non ha famiglia e pretende di insegnare alle famiglie come si deve stare al mondo! L’etica dei farisei di ieri e di oggi riguarda il retto comportamento… degli altri, caricava di pesi la schiena degli altri. Si parla sempre degli altri e spesso addosso agli altri. Ma anche noi talvolta, parliamo degli altri: “Hai visto quello, cos’ha fatto…”. Ma nella Scrittura Dio parla con noi di noi. E siamo qui per ascoltare la Scrittura, che dice a noi che cosa dobbiamo fare. E ce lo dice col “voi”, non con “quegli altri”. Chiamati a sopportare le ingiustizie ad esempio di Cristo, perché la nostra salvezza si fonda totalmente sulla sopportazione delle nostre ingiustizie compiuta da Gesù Cristo. Noi abbiamo commesso degli errori mortali, Gesù si è fatto nostro servo e ne ha portato e sopportato le conseguenze fino alla morte sulla croce. Questo ha riscattato, quindi pagato noi. Ci ha comprati. Il servo è diventato Signore. E questa sopportazione gli ha dato un di, lasciandovi un esempio perché seguiate le sue orme. Esempio, non emulazione. Non ci si atteggia. Non si scimmiotta Gesù. Non lo si rende una caricatura. Non c’è niente di peggio di un fare pio e di un parlare pio. Don Bernocchi del film: “Amici miei”. “Cuore allegro il ciel l’aiuta”. Il discepolato non è una posa. La vera sequela, o se volete concediamo qualcosa anche alla parola “imitazione”, non ha nulla da mostrare se non quello che per il mondo è più vergognoso e avvilente: il subire le ingiustizie. Chi subisce l’ingiustizia è disprezzato da quella parte del mondo che vive del mito della forza e della prepotenza, quella che se sei debole è colpa tua. Ed è compatito da quella parte del mondo che segue un ideale di giustizia del tutto astratto, quelli che trasformano gli oppressi in santini unicamente per avere il piacere di schierarsi dalla parte della ragione e sentirsi più santi e più buoni, loro! Non so che cosa sia peggio per gli oppressi che tanto sopportano, se essere trattati da deboli e da inferiori o essere considerati come personaggi buoni della favola, poveri angioletti serafici massacrati dalla brutalità dei potenti, e tutto finisce lì e, soprattutto, chi li ammira e li predica, lo fa nella posizione di darsi ragione e di non essere al loro posto o al loro fianco. Ma la crudeltà e l’ipocrisia nei confronti dell’oppresso che sopporta l’ingiustizia ha una spiegazione biblica. L’esempio di Gesù, l’esempio del massimo oppresso dalle ingiustizie del mondo (cioè le mie e le tue, se non è ancora chiaro), le sue orme ci conformano a quello che in fondo non vorremmo essere e sembrare mai, davanti a nessuno. Perché subire un’ingiustizia senza reagire è una vergogna. Ora su questo, sulla sopportazione delle offese che riceviamo ingiustamente, siamo chiamati a prendere esempio da Gesù e a seguire i suoi passi. Non in altro. Non facciamo miracoli, non camminiamo sulle acque, non digiuniamo quaranta giorni e quaranta notti, ma possiamo sopportare le ingiustizie. Come Gesù. Proprio come Gesù. Che dice: “Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre” (Matteo 11,29). L’apostolo Pietro cita la Scrittura sulla mansuetudine di Gesù. Lui, senza peccato, ha subito l’ingiustizia degli esseri umani, tutta l’ingiustizia degli esseri umani, senza ribellarsi e senza reagire, rimettendosi a Dio, che giudica giustamente. Questa è la croce. Il cuore dell’opera di salvezza e anche della simbologia cristiana. Che cos’è la croce? Uno strumento di tortura e di morte in pubblico, e nella croce di Gesù viene esibito un uomo che non solo era innocente, ma che in quel momento sopportava tutta l’ingiustizia del mondo senza rifiutarsi di farlo, senza ribellarsi. La totalità dell’ingiustizia del mondo sulle spalle di un solo e unico innocente, unico collettore di tutta l’ingiustizia del mondo. Questa è la croce. Non è un gioiello, non è un arredo scolastico, non è un simbolo della nostra identità e dei nostri valori. No. La croce è il concentrato finale della sopportazione delle ingiustizie, quella sopportazione che il mondo deride o compiange, e che copre di vergogna chi la subisce. Tutto questo non ha nulla per interessare al mondo, senonché Dio ha voluto manifestare la sua giustizia che salva soltanto per mezzo della croce di Cristo. Le grandi ingiustizie del mondo, sopportate da Gesù, non hanno potuto fare altro che rivelare la giustizia di Dio, l’unica giustizia che salva. Perché, grazie all’obbedienza e alla sopportazione di Gesù, Dio restituisce la sua giustizia dopo aver incamerato la nostra ingiustizia. I nostri peccati sono appesi sulla croce, con Gesù, e in cambio a noi viene data la giustizia, la purezza e la vita nuova di Gesù. La croce è l’unico luogo in cui avviene questo scambio. Lì dove lo scambio non avviene, l’ingiustizia continua a trionfare. Ma sulla croce, l’obbedienza e la sottomissione di Gesù gli vengono premiate come giustizia. E Questa giustizia viene dichiarata, imputata a noi come se fosse nostra. Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime. Perché con questa obbedienza, il Signore Gesù Cristo si è guadagnato un diritto su di voi. L’obbedienza viene sempre premiata, e la sua obbedienza gli viene premiata con ogni potere in cielo e sulla terra. E Gesù Cristo esercita questo potere come pastore e sorvegliante, vescovo delle nostre anime. Cioè, ci dirige e ci protegge. Sei liberato dalla dittatura del grande bugiardo, che ti fa commettere ingiustizia e ti fa lamentare e ribellare inutilmente all’ingiustizia che subisci facendoti credere di aver diritto, tu, di commettere ingiustizie ma di non subirle, sei liberato dal bugiardo che è nel tuo cuore per essere guidato e protetto da Gesù. Non per essere solo, non per decidere in autonomia, non per pensare a te stesso. Per essere guidato e protetto da Gesù. L’immagine biblica del pastore spesso ci arriva deformata da un’immagine sovrapposta, romantica, del pastorino biondo con occhi azzurri, elegante e sorridente, sguardo dolce. Insomma, la solita spiritualità che fa venire il diabete. In realtà il pastore conduce e difende il gregge, non lo vizia. Il diritto di condurlo ce l’ha perché il vero pastore, non il mercenario, sa morire per salvare il suo gregge. Chi scappa davanti al pericolo non ha il diritto di essere guida di nessuno. Chi sa morire per gli altri, lui solo, ha il diritto di guidare, di essere riconosciuto pastore e Signore, di essere ascoltato e obbedito, di portare il bastone e la verga che consolano, perché proteggono dai predatori e correggono le pecore dalla loro innata tendenza a disperdersi, a rischiare la vita per un filo d’erba. Siamo perciò di diritto gregge del pastore e sorvegliante Gesù Cristo, che ci guida, ci protegge a costo della vita e ci corregge. Guida lui, lui guida noi, non guidiamo noi. Non guida la nostra ragione. Guida lui. Un pastore di greggi non è un cameriere delle pecore. Possiamo seguire le orme di Gesù, prendere il suo esempio sopportando con pazienza le ingiustizie subite. Allora, è facile che io abbia molta tolleranza per le ingiustizie che subisci tu. E ne ho di meno per quelle che subisco io. Quindi, la moralina agli altri non funziona. Per fare un esempio, il grasso prelato che vuole insegnare agli affamati a sopportare la fame perché Gesù ha sopportato la fame non è e non sarà mai credibile. Allora, partiamo dal centro del problema. Dunque, noi abbiamo conosciuto la giustizia di Dio nella persona del Cristo crocifisso, cioè che subiva obbediente la violenza di ogni ingiustizia del mondo. Noi, per grazia di Dio, abbiamo riconosciuto in questo l’unica giustizia che ci salva. Noi non siamo in grado di meritare questa giustizia, nemmeno con la nostra obbedienza. Ma possiamo testimoniare di questa giustizia efficacemente con la nostra sopportazione. Dunque, ricevi un torto, non lo restituisci e invochi la giustizia di Dio sulla tua causa. Questo significa che per quanto riguarda la giustizia umana, l’ingiustizia che hai subito finisce con te. Non ti imprigiona in una catena di cui tu, vittima, forgerai gli anelli per catturare le prossime vittime. Finito con te! L’essere vittima non ti obbliga a diventare carnefice! Come con la morte di Gesù, che non è stata vendicata e che né Gesù né nessuno dei suoi ha insegnato a vendicare. Poi, Gesù si rimetteva a colui che giudica giustamente, cioè a Dio. Se rinunci alla tua vendetta, alla tua “controingiustizia”, invochi la giustizia di Dio, le fai spazio in questo mondo che ne ha veramente tanto bisogno. Affronti l’ingiustizia proprio come Gesù, e con Gesù, con la sua guida e protezione, vinci. Vinci con lui che ha vinto, vinci perché lo segui nella sopportazione, vinci perché in questo percorso di una vita il servo di Dio e nostro Signore, è il tuo pastore, e ti conduce e ti guida. |
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