Domenica 3maggio 2026,"Cantate!"Cand. Angelita TommaselliI Corinzi 15,19-28Rivestitevi, dunque, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza. Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi. Al di sopra di tutte queste cose rivestitevi dell’amore che è il vincolo della perfezione. E la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati per essere un solo corpo, regni nei vostri cuori; e siate riconoscenti. La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente, ammaestrandovi ed esortandovi gli uni gli altri con ogni sapienza, cantando di cuore a Dio, sotto l’impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali. Qualunque cosa facciate, in parole o in opere, fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù ringraziando Dio Padre per mezzo di lui..
SermoneL’abito non fa il monaco. Questo antico proverbio, che noi tutti conosciamo, nasce in epoca medievale, quando l’aspetto esteriore, in particolare gli abiti religiosi, erano associati all’identità ed al ruolo sociale. Il proverbio dice di diffidare dell’apparenza, di non giudicare dall’esterno, che potrebbe essere ingannevole. Il proverbio dice che l’abito non definisce la vera identità del monaco. Eppure, rispetto al Medioevo, le cose oggi non sono affatto cambiate anzi, forse sono peggiorate. L’apparenza definisce tutto ciò che siamo. Indossare abiti costosi, realizzati con stoffe pregiate e secondo i modelli più attuali dettati dalle case di moda ci accredita nella società in cui viviamo, ci permette di essere visti ed accettati, ci rende persone rispettabili. Soprattutto in certi ambienti sociali, più sei ben vestito, più spendi e più hai ottime probabilità di essere qualcuno, di essere riconosciuto, di godere di una certa credibilità. Investire nel tuo abito è ciò che oggi la società ti chiede, è ciò che il mondo ti chiede. E questo investimento, che risponde a logiche di profitto sempre più alte, ha per te un costo, a livello personale, insostenibile: ti rende schiavo di un’esistenza inautentica e tu indossi un’identità falsa, non vera, che non è la tua. Quanto costa essere qualcuno che gli altri vogliono che tu sia. Sofferenza, insoddisfazione, rabbia, intolleranza ti schiacciano e ti opprimono in una gabbia fatta di pregiudizi sociali da cui non sai come uscire. Ti accorgi che quell’abito che hai scelto d’indossare ti sta troppo stretto. Bisogna cambiarlo. E’ necessario scegliere qualcosa di diverso, che puoi liberamente indossare. L’abito non fa il monaco e questo è vero ma il proverbio può essere ribaltato. Il monaco rinnovato in Cristo si riconosce dall’abito. L’autore della lettera ai Colossesi rivolge un invito preciso: “rivestitevi”. È un verbo concreto, quotidiano. Ci vestiamo per uscire, per incontrare gli altri, per stare nel mondo. E l’autore usa proprio questa immagine per parlare della vita di fede, come se ci dicesse: anche la fede si vede da ciò che indossiamo, da ciò che lasciamo apparire nella nostra vita. Ma subito chiarisce una cosa importante: non si tratta di un abito esteriore, finto, da esibire. Nel battesimo noi credenti ci siamo rivestiti di Cristo: questo è l’unico abito autentico che siamo chiamati ad indossare per tutta la vita. E questo rivestimento non è un’apparenza: è una vita nuova che ci è stata donata. Non è qualcosa che abbiamo costruito noi. È qualcosa che abbiamo ricevuto. Per questo il testo comincia ricordandoci chi siamo: “eletti di Dio, santi e amati”. Prima ancora di ciò che dobbiamo fare, c’è ciò che siamo. Prima delle nostre scelte, c’è la scelta di Dio. E questo cambia tutto. Perché non siamo chiamati a diventare migliori per essere accettati, ma a vivere in modo nuovo perché siamo già stati accolti. Battezzati nella morte e nella risurrezione del Signore Gesù, noi ci siamo rivestiti dei benefici di Cristo, che sono segni visibili di una realtà interiore autentica. Il verbo greco indicante l’atto del rivestirsi, usato in Colossesi, significa mettersi dentro. Noi siamo resi partecipi della morte di Gesù, che con il suo sacrificio ci ha sottratto al peccato e ci ha resi suoi, e della sua resurrezione, che è vita nuova e vera per noi, esistenza autentica nel suo nome. Noi siamo di Cristo, viviamo in Cristo ed egli è nostro, vive in noi. La nostra apparenza, ovvero il nostro comportamento, rivela chi noi siamo veramente rinnovati in lui. Le nostre scelte, le nostre parole, i nostri gesti sono segni visibili della vita nuova che portiamo dentro, che taglia completamente i ponti con quel passato di frustrazione, oppressione, rabbia, intolleranza, egoismo nel quale abbiamo sempre vissuto e che ci ha sempre allontanato da Dio e dal nostro prossimo. Il “rivestirsi” di cui parla l’autore di Colossesi non è un gesto fatto una volta per sempre ma una scelta quotidiana. Ogni giorno, in situazioni diverse, siamo chiamati a scegliere che cosa “indossare”. Misericordia, benevolenza, umiltà, mansuetudine e pazienza, che sono propri dell’agire di Dio e di Cristo, sono tutto ciò che compone il nostro abito di cristiani, che contraddistingue il nostro comportamento verso gli altri. Partecipiamo anche noi di questi frutti dello Spirito. A lavoro, in famiglia, nella comunità, noi siamo chiamati ad indossare la misericordia, la compassione verso l’altro quando vorremmo chiudergli il nostro cuore. La bontà, fatta di un gesto gentile ed accogliente quando vorremmo essere menefreghisti e ciechi verso i bisogni dell’altro. L’umiltà di riconoscere che non siamo il centro di tutto, che abbiamo bisogno degli altri. La mansuetudine, cioè la capacità di non rispondere alla violenza con altra violenza. Dice Gesù: “Io sono mansueto ed umile di cuore”. E la pazienza, forse quella più difficile, perchè richiede di sopportare ciò che non possiamo cambiare subito. Siamo chiamati ad aprirci al prossimo, a donare disponibilità ed aiuto, presenza. La fede prende forma nelle relazioni. È lì che questo “abito” diventa visibile. È lì che si vede se davvero ci siamo rivestiti di Cristo. Le nostre relazioni comunitarie non sono perfette ma noi siamo chiamati a sopportarci a vicenda e a perdonarci quando qualcuno ha rinfacciato qualcosa a qualcun altro. E’ difficile ma in questo siamo guidati e preceduti da Gesù, dal Cristo glorificato, che nel battesimo ci ha concesso il perdono dei peccati ed il suo agire per noi è prassi di comportamento. “Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi”. Gesù c’istruisce a perdonare anche quando vorremmo solo condannare, recriminare, serbare rancore o lagnarci degli altri. Gesù ha perdonato tutto senza recriminare niente. Partiamo da un dono ricevuto. L’amore, che supera tutto ciò di cui ci siamo rivestiti, dà qualità alle nostre relazioni, è il legame che ricuce e risana gli strappi tra di noi, è una scelta, una direzione, un modo di stare con gli altri. L’amore dà senso, dà unità tra noi e ci unisce al corpo di Cristo, capo e signore della chiesa. E insieme all’amore, la pace: “la pace di Cristo regni nei vostri cuori”. Non una pace superficiale, non l’assenza di conflitti, ma una pace che “regna”, dice il testo, che ha autorità sul nostro agire, che orienta le nostre decisioni, che riempie tutto il nostro essere. Una pace che non sempre è facile da vivere, ma che siamo chiamati a cercare insieme. E poi c’è un altro elemento importante: la gratitudine, “siate riconoscenti”. La riconoscenza è concretizzata nella professione di fede a Dio, quella fede che ci ha liberato dal peccato e ci ha introdotti nella regalità di Cristo. Una comunità capace di ringraziare è capace di vivere diversamente perchè ha riconosciuto il dono ricevuto e guarda a ciò che c’è, non solo a ciò che manca. Il giusto ringraziamento avviene nell’ascolto e nella meditazione della Parola di Dio e nei canti che intoniamo a suo onore. La sua Parola trova piena cittadinanza fra di noi e svolge la sua attività attraverso lo Spirito. A questa attività della parola noi rispondiamo col nostro comportamento, meditando la Parola, lasciandoci istruire da essa ed anche rimproverare, conoscendo così la volontà di Dio. All’annuncio evangelico noi rispondiamo col canto durante il culto. Cantiamo inni gioiosi di lode a Dio, in cui le sue azioni sono celebrate; cantiamo non solo con la bocca ma con tutto il nostro essere, ripieni di gratitudine a Dio, che con la sua grazia ci ha dato la salvezza e ha fondato il nostro essere cristiani. “Qualunque cosa facciate, in parole o in opere, fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù”. Non c’è un ambito della vita che resti fuori. Non solo i momenti di vita comunitaria, non solo la preghiera o il culto ma tutto: le parole che diciamo, i gesti che compiamo, le relazioni che viviamo, le scelte che prendiamo. Tutto può essere vissuto “nel nome del Signore”. La nostra esistenza è posta sotto l’obbedienza al Signore. Parole e fatti sono professione di fede nel Signore. La vita quotidiana è un atto di fede al Signore. In mezzo alle nostre faccende di ogni giorno noi siamo chiamati a rendere il nostro culto spirituale a Dio in forma di servizio ascoltando e ripetendo la parola nel canto e nella preghiera, ma ancor più facendo risuonare, nel lavoro quotidiano e nel contatto col prossimo, la lode di Dio, innalzata per mezzo di Cristo, fondamento e scopo della nostra vita. Nelle Omelie su Colossesi, Giovanni Crisostomo dice: “Se mangi, se bevi, se ti sposi, se parti, fa tutto nel nome di Dio, cioè chiamandolo in aiuto; dopo averlo pregato in tutte le cose, applicati alle sue imprese… Dove vi è il nome del Signore, tutte le cose sono propizie… Nulla è uguale a questo nome, esso è meraviglioso dappertutto… Per mezzo di questo nome siamo stati rigenerati. Se l’abbiamo, siamo risplendenti”. Amen.
|
> |