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Domenica 28 giugno 2026

pastore Emanuele Fiume

Luca 6,37-42

Dice il Signore Gesù Cristo: «Non giudicate, e non sarete giudicati; non condannate, e non sarete condannati; perdonate, e vi sarà perdonato. Date, e vi sarà dato; vi sarà versata in seno buona misura, pigiata, scossa, traboccante; perché con la misura con cui misurate, sarà rimisurato a voi». Poi disse loro anche una parabola: «Può un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più grande del maestro; ma ogni discepolo ben preparato sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nell'occhio tuo? Come puoi dire a tuo fratello: "Fratello, lascia che io tolga la pagliuzza che hai nell'occhio", mentre tu stesso non vedi la trave che è nell'occhio tuo? Ipocrita, togli prima dall'occhio tuo la trave, e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza che è nell'occhio di tuo fratello.

Sermone

I discepoli sono stati chiamati a esercitare una misericordia sbilanciata verso gli altri: “Siate misericordiosi, com’è misericordioso il Padre vostro nei cieli”, cioè il metro della misericordia che possiamo esercitare verso gli altri è quello della misericordia di Dio con noi, che è sbilanciata, cioè data da Dio a noi che non saremo mai in grado di ricambiarla, “A te, Signor, che render mai potrò?”. Ma il Signore Gesù Cristo ci guida all’esercizio di questa misericordia divina e umana. Prima cosa: rinunciare al potere sugli altri. Quel potere che si esercita nel giudizio sugli altri. Un potere cui i discepoli di Gesù devono rinunciare. Noi dobbiamo capire e vivere nel profondo questa rinuncia al giudizio se non vogliamo finire separati da Gesù.

La parola di Gesù non si riferisce all’opinione in quanto tale su qualcuno. Abbiamo tutti il diritto di avere o non avere buone o cattive opinioni, simpatie, antipatie, di mantenerle o di cambiarle. Ma ci viene proibito il giudizio in quanto sentenza su qualcuno. Questo non lo possiamo fare. Non lo possiamo fare nel mondo, non lo possiamo fare tra fratelli, non lo possiamo fare nell’ipocrisia delle buone intenzioni. La sentenza separa. E separando te dalla persona sulla quale stai sentenziando, allo stesso tempo separa te da Gesù.

La comunità ebraica in Palestina ai tempi di Gesù viveva un senso di netta separazione nei confronti degli altri popoli, che nella diaspora era molto più sfumato. E all’interno del popolo vi erano gruppi particolari (i più famosi furono gli Esseni) che vivevano in comunità rigidamente separate dal resto, e lì si insegnava ad amare i fratelli e a odiare il mondo, o quantomeno che facevano gruppo di pressione e di potere. La parola “fariseo” voleva dire “separato”. Il giudizio che soggiace a questa comprensione, cioè l’idea settaria che il gruppo giudica il mondo e recide i contatti con esso, ci viene proibito. A rischio di essere giudicati con lo stesso metro con cui abbiamo giudicato il mondo. Il che vuol dire: così come noi abbiamo condannato tutti gli altri e tutto il resto, così Dio condannerà noi. Come ci siamo separati da tutti e da tutto il resto, così Gesù si separerà da noi.

Ma come? Non siamo discepoli di Gesù? Non ci riuniamo, non preghiamo, non viviamo nel suo nome? Io credo che proprio per questo ci sia proibito il giudizio separante dal resto del mondo. Perché il giudizio separante è sempre l’altra faccia della pretesa di una giustizia propria, autonoma dalla giustizia di Cristo, che la comunità cristiana non ha e non potrà mai avere. Se ti giudico con un giudizio che ti separa da me, è perché mi sento padrone di una giustizia che ti giudica, perché credo di avere un potere di giustizia da esercitare. Ma se credo di avere un solo briciolino di giustizia per misurare te, allora perdo la giustizia di Gesù, che mi è stata donata perché sia la sola tua e mia giustizia, e mi è stata donata in tale misura che non posso produrla, ma solo riceverla. Sarà versata in seno una buona misura… è l’immagine della massaia che porta il grano sollevando i lembi del suo grembiule, perché il grano è tanto abbondante.

Se sono nella giustizia di Cristo, non ho, non posso e non devo avere altre giustizie da applicare a chicchessia. Se lo faccio, se scelgo una forma settaria di chiesa, allora sono separato da Gesù nella stessa misura in cui voglio separarmi dal mondo. Questo non significa che il mondo ha il diritto di frapporsi tra il discepolo e il maestro, o che il discepolo deve scendere a compromessi con il mondo. Ma che il credente non ha una giustizia propria con la quale misurare e giudicare il mondo e se ce l’ha, questa sarà la causa della sua condanna. Questo non significa nemmeno che il mondo non sarà giudicato, ma soltanto che non lo giudichiamo noi. Anzi, il mondo è già giudicato. Qualsiasi nefandezza è già contenuta nella passione e morte del Signore Gesù Cristo, qualsiasi peccato è stato giudicato mediante la morte vicaria dell’innocente sulla croce. È giudicato con una condanna a morte, quindi. Una morte che afferma la giustizia, il perdono, la vita. Un giudizio che la chiesa non applica, non gestisce, ma soltanto riceve. Per essere liberati dal terribile peccato di affermare una giustizia nostra, diversa dalla giustizia di Gesù, ci è vietato giudicare ed emettere sentenze di separazione. Se ci allontaniamo dalla sola giustizia di Cristo, allora perdiamo la sua luce e giudicando il mondo siamo il cieco che guida un altro cieco. Portiamo alla perdizione il mondo e noi stessi. Invece Gesù ha incontrato il mondo, è venuto perché Dio ha tanto amato il mondo. Oggi il mondo ci interroga, spesso seriamente. Che cosa gli diciamo? “Il mondo non è cristiano? La società non è cristiana? Trump non è cristiano?” È tutto qui quello che vogliamo dire al mondo? Qualche avvilente tagliafuori? È questo il Vangelo di Gesù Cristo? Pensiamoci bene, perché un discepolo ben preparato sarà come il suo maestro.

Il giudizio improprio può verificarsi anche nella comunità stessa, laddove una persona o più persone ritengano di poter parlare per esclusione all’interno della chiesa. Gesù parla di ipocrisia di colui che ha una trave nell’occhio e vede la pagliuzza nell’occhio di suo fratello. Ipocrisia. Tra fratelli. Il bisbiglio “Non dirlo a Tizio, perché non capirebbe…” e sotto le mentite spoglie di una considerazione alla persona, passa un giudizio pesante ed escludente sulla persona, sull’intelligenza, sulla maturità del fratello. Ipocrita! Abbi il coraggio di dire: “Non dirlo a Tizio perché non è mio fratello, non lo sopporto ed è scemo!”. E così dicendo, taglieresti con la mannaia il tuo legame di fraternità con lui, mentre dicendo che non capirebbe, l’hai tagliato con il bisturi. Oppure, chi pretende di togliere le pagliuzze dagli occhi altrui prima di togliere la trave dal proprio. Questo peccato ha una diffusione globale: “Non sei abbastanza cristiano!” Tutti lo dicono a tutti gli altri. Perché ti devo togliere dall’occhio la pagliuzza della rigidità o rispettivamente della tolleranza, della morale o dell’immoralità, del fondamentalismo o del liberalismo, dello scontro o del compromesso, del fanatismo o della freddezza. Tutti che allungano le dita negli occhi altrui, alla cieca, perché hanno tutti una trave nell’occhio.

Non vedono e non ascoltano più Gesù, ma lo tirano dalla loro rispettiva parte. Dimenticano la sua parola che dice: “è quello che esce dall’uomo che contamina l’uomo” (Marco 7,20). Cioè, che il peccato, che la separazione dalla giustizia e dalla comunione di Gesù non è colpa degli altri. È colpa mia! Ed è una cosa seria, una colpa grave che confessiamo seriamente all’inizio del culto pubblico non perché si è sempre fatto così, ma perché è tutto vero. Entriamo qui colpevoli! E perché questa colpa non laceri la chiesa, il corpo di Cristo in terra, allora il Capo ci proibisce di giudicare tra fratelli, ci proibisce di separarci tra fratelli, ci proibisce di cavalcare l’ingiustizia dei fratelli per sentirci giusti noi, giusti a prescindere dalla giustizia di Gesù.

Sappiamo bene come si polverizza la comunione in Cristo quando nella chiesa il giudizio inappellabile è sdoganato, quando quel fratello lì diventa non il nemico – magari, perché il nostro nemico lo dobbiamo amare – ma solo un nome da giudicare, da sentenziare che non è alla nostra altezza. Invece di considerare che proprio nella sua debolezza, nella sua fragilità, nei suoi difetti si manifesta la giustizia di Cristo, la stessa giustizia che salva lui e noi, se restiamo insieme, se restiamo uniti. Una sola nostra parola ha il potere di tagliare fuori il fratello, di demolirlo, di trasformarlo in un bersaglio del nostro giudizio, dimenticando che Dio ce l’ha donato perché la giustizia di Cristo sia manifestata nella salvezza sua e nostra. Tutti noi abbiamo il terribile potere di farlo, abbiamo il terribile potere di rompere questa comunione, perciò abbiamo il dovere detto forte e chiaro di vigilare su noi stessi e di non farlo. Di non farlo mai.