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Domenica 15 febbraio 2026, Esto Mihi

pastore Emanuele Fiume

Luca 18,35-43

Com'egli si avvicinava a Gerico, un cieco che sedeva presso la strada, mendicando, udì la folla che passava, e domandò che cosa fosse. Gli fecero sapere che passava Gesù il Nazareno. Allora egli gridò: «Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me!» E quelli che precedevano lo sgridavano perché tacesse; ma lui gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!» Gesù, fermatosi, comandò che il cieco fosse condotto a lui; e, quando gli fu vicino, gli domandò: «Che vuoi che io ti faccia?» Egli disse: «Signore, che io ricuperi la vista». E Gesù gli disse: «Ricupera la vista; la tua fede ti ha salvato». Nello stesso momento ricuperò la vista, e lo seguiva glorificando Dio; e tutto il popolo, visto ciò, diede lode a Dio.

A scuola tutta la classe è rimandata! Debito formativo oggi, esame a settembre, ai tempi miei. L’unico promosso è il privatista, quello che ha studiato da solo, quello che non è dei nostri… Ma dov’è la scuola? È qui, è tutto il capitolo 18 del Vangelo di Luca. Prima lezione: la fede (la vedova e il giudice), seconda: la grazia (il fariseo e il pubblicano), terza: la sincerità (Gesù e i bambini), quarta e ultima: la libertà (il giovane ricco). La fede, la grazia, la sincerità e la libertà… le parole d’ordine del protestantesimo quando è ridotto a uno slogan, come titoletti di inefficaci opuscoli di evangelizzazione. Dopo queste lezioni, dovremmo essere in grado di passare l’esame già anticipato dopo la confessione di fede di Pietro (Luca 9,22) e dopo la trasfigurazione e la guarigione dell’indemoniato (Luca 9,44-45). Ma che cos’è che bisogna “portare” a questo esame? Una cosa sola: Gesù dovrà patire e morire, e il terzo giorno resusciterà. Il centro della vita e dell’opera di Cristo. Ma “essi non capirono nulla di tutto questo; quel discorso era per loro oscuro, e non capivano ciò che Gesù voleva dire” (Luca 18,34). Essi, tutti i discepoli, e anche noi con loro, non hanno capito. Insufficiente!

Rimandati!

E qui salta dentro la classe questo estraneo, questo privatista: il cieco di Gerico. Non aveva potuto studiare con gli altri, perché schiacciato dalla sofferenza e dalla miseria. L’incontro con il Signore Gesù che va a morire lo riporta alla vita vera. La salvezza del Signore Gesù entra nella carne, negli occhi del cieco di Gerico. Il cieco può vivere pienamente grazie a Gesù che va a morire.

Innanzi tutto il cieco grida a Gesù. È un grido insistente, disperato. Ma prima di tutto è un grido che riconosce in Gesù il Messia. “Figlio di Davide” era un titolo messianico. Il cieco non vede con gli occhi della testa, ma con gli occhi del cuore ci vede benissimo, e vede chiaro quello che ai discepoli era oscuro, vede il Messia in quel Gesù che sta andando a Gerusalemme dove sarà crocifisso. Il cieco grida e viene sgridato dagli altri. Ma il cieco insiste e grida ancora verso Gesù. Il mondo voleva zittire la sua preghiera, ma il mendicante continua a gridare al Signore. Non lascia perdere e non si scoraggia. In quel momento, per la strada, stava passando la sua salvezza. Il mendicante cieco lo crede e grida a Gesù di avere pietà di lui. Il cieco non vede Gesù, ma “vede” il momento della sua salvezza e della sua redenzione. E si aggrappa a questo momento decisivo: urla, lo sgridano, e lui continua a urlare cercando di fare in modo che Gesù si accorga di lui e che prenda in considerazione la sua situazione di dolore. Davanti a Gesù il mendicante vuole mendicare la sua guarigione e la sua salvezza, la vuole ottenere, sa che lì passa qualcuno che gliela può concedere.

Poi il mendicante cieco parla con Gesù e presenta la sua richiesta. Noi forse non sapremo che cosa rispondere alla domanda: Che cosa vuoi che io ti faccia”. Abbiamo tanto e crediamo di avere tutto. E quello che desideriamo veramente, non abbiamo il coraggio di dirlo. Una domanda così sui due piedi ci spiazzerebbe. Invece il cieco vuole recuperare la vista. Non vuole cose per l’al di là, non vuole promesse di paradiso, ma non vuole nemmeno una ricca elemosina. Il cieco vuole uscire dalla sua situazione di sofferenza e di dolore e vuole vivere nella pienezza e nel ristabilimento. Per questi motivi chiede a Gesù di ridargli la vista. Sa che con la guarigione perderà il suo lavoro di mendicante, sa che dovrà cercarsi un lavoro e prendersi le sue responsabilità. Il male qualche volta diventa una protezione, un cuscino scomodo cui comunque ci si abitua. Ma il mendicante vuole fortemente che Gesù gli faccia recuperare la vista, vuole vivere da salvato e non da perduto, vuole vedere la luce e non la tenebra. E Gesù lo guarisce con la sua parola. È la salvezza della parola di Cristo che apre e illumina gli occhi spenti del mendicante di Gerico. All’ordine di Gesù Cristo, il cieco recupera la vista e viene restituito alla vita normale e alla pienezza della salute. Aprendogli gli occhi, Gesù ha trasformato la sua vita.

Il cieco guarito segue Gesù glorificando Dio. Questo è il tempo della riconoscenza dell’uomo redento nei confronti del salvatore. Secondo il Catechismo di Heidelberg, un cristiano deve sapere tre cose: primo: quant’è grande il suo peccato, secondo: come è stato redento, terzo: come può essere riconoscente a Dio per la redenzione. Innanzi tutto il mendicante guarito glorifica Dio per essere stato sanato. Se glorifica Dio, vuole dire che nella parola di Cristo ha sentito la potenza di Dio stesso. Nell’azione di Cristo il mendicante ha riconosciuto la forza buona del creatore del cielo e della terra. Perciò il cieco guarito comprende pienamente che cosa ha ottenuto – la salvezza – e da chi l’ha ottenuta – da Dio stesso -. Così può rendere a Dio l’onore e la gloria che gli sono dovuti per le sue opere grandi e meravigliose nei suoi confronti. È particolare il fatto che l’evangelista si soffermi anche sulla lode che il popolo rende a Dio per questa guarigione. Sappiamo che il popolo a Gerusalemme griderà la condanna a morte di Gesù, ma in questo momento il popolo è nello stupore. Riconosce l’azione di Dio, ma non ne serberà memoria. Dimenticherà quest’azione di Gesù e presto invocherà la sua crocifissione.

Questa guarigione del mendicante cieco a noi oggi insegna due cose molto importanti. La prima è che tutti noi dovremo imparare a vivere e a credere dal mendicante di Gerico che grida a Gesù la propria disperazione. Noi siamo tutti convinti di capire tutto e siamo certi che la nostra fede o il nostro dubbio dipendano dal nostro cervello. Invece tutti noi siamo come il cieco di Gerico e davanti a Gesù, davanti alla luce di Dio nella vita procediamo a tastoni, senza vedere nient’altro che la nostra tenebra. Ma anche se siamo ciechi nello spirito, possiamo gridare a Gesù tendendogli la mano e possiamo avere la certezza che il Signore Gesù aprirà gli occhi del nostro cuore e trasformerà il nostro mondo da tenebra a luce. La conversione è questa azione di Dio che apre i nostri occhi della fede e ci permette di vedere una realtà che fino a quel momento non avremmo nemmeno immaginato. Secondo, il Signore Gesù Cristo compie un’opera di guarigione nel corpo del cieco. Le chiese dimenticano che molti ammalati aspettano la parola di Gesù. Gli ansiosi cercano la parola della pace, i tristi la parola della consolazione, i rancorosi la parola del perdono. E che molti ammalati nel corpo aspettano questa parola e la vivono nel combattimento contro la malattia, nella speranza della guarigione del corpo. Non dimentichiamo il corpo, la salvezza del corpo! Non è tutto spirito!

Siamo corpo, soffriamo nel corpo, siamo graziati, guariti, ristabiliti, risorti se volete… nel corpo! E un corpo in carne ed ossa, il corpo del Signore Gesù Cristo, è stato inchiodato sulla croce per la nostra salvezza. La salvezza non è nel mondo delle idee. La salvezza tocca. Gesù tocca i malati. Fa recuperare la vista al cieco con una parola secca e perentoria. Noi possiamo ancora proclamare la parola di Cristo che guarisce, che risana, che restituisce vita e luce a chi ne è rimasto privo. Se le nostre chiese sono dei veri luoghi di predicazione, allora devono diventare anche veri luoghi di guarigione spirituale e corporale per la forza e l’efficacia della parola di Gesù. Anche corporale. Un secolo e mezzo fa si consumava più tè nelle Valli valdesi che anella città di Torino. Perché il tè era lo strumento con cui la chiesa valdese dell’epoca combatteva l’alcolismo. I contadini smettevano di lavorare e si prendevano una tazza di tè. Scaldava come la grappa, ma non distruggeva il cervello, l’anima e la vita. Questa è una guarigione dei corpi, delle vite, delle famiglie, della società. Quanta disgrazia, quanto dolore, quanto abbrutimento ha evitato il tè, a una popolazione di montagna! Guarigione spirituale e materiale, e quando uscite dal culto avete la possibilità e il diritto dei figli di Dio a stare meglio di come stavate quando siete entrati. Uscite liberati dai vostri crudeli padroni, liberati dal gioco, dalla maldicenza, dalla pigrizia, dall’indifferenza, dall’avarizia, dal lamento, dal compianto su se stessi, dal disprezzo verso gli altri, da tutti quei padroni che incatenano la vita. La parola di Gesù per voi è come un ottimo medico: vi fa sentire dolore quando vi rimette a porto un osso, ma alla fine vi fa guarire, e per questo voi potete lodarlo e glorificarlo.

L’ingresso di Gesù nella Storia – in quella del mendicante cieco di Gerico come nella nostra storia personale – coincide con l’annuncio della sua passione. Noi non incontriamo altro vero Gesù Cristo che quello che va a dare la sua vita, il suo corpo, in sacrificio per noi e per la nostra salvezza. Questo è il vero Signore Gesù Cristo che caccia i nostri vecchi padroni come il dolore e la miseria e ci apre gli occhi alle cose meravigliose di Dio per noi. Voglia il Signore spalancare i nostri occhi mediante la parola di Gesù Cristo per noi e custodire la nostra fragile vita rinforzandola con tutti i suoi doni e guarendola dalla sofferenza e dal male spirituale e fisico. E se abbiamo capito questo, al prossimo esame saremo tutti promossi!