>

Domenica 22 febbraio 2026, "Invocavit", prima domenica del tempo di passione

pastore Marco Casci

Giovanni 8,31-36

Mentre egli parlava così, molti credettero in lui. Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se perseverate nella mia parola, siete veramente miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Essi gli risposero: «Noi siamo discendenti di Abraamo, e non siamo mai stati schiavi di nessuno; come puoi tu dire: "Voi diverrete liberi"?» Gesù rispose loro: «In verità, in verità vi dico che chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Ora lo schiavo non dimora per sempre nella casa: il figlio vi dimora per sempre. Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi.

(Sunto)

C'è qualcosa di sorprendente in questo testo: Gesù non rivolge queste parole ai suoi avversari, ma a persone che hanno già creduto, che hanno già detto il loro sì. Eppure dice loro: se rimanete nella mia parola. Come se quanto vissuto da loro fosse soltanto l'inizio, non il punto di arrivo. Come se la libertà non si portasse con sé all'ingresso, ma si ricevesse lungo il cammino, a condizione di restare. Quell'unica piccola parola — “se” — apre una domanda grande.

I suoi interlocutori rispondono: «Siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno.» La storia sembra smentirli: l'Egitto, Babilonia, Roma. Eppure sarebbe troppo facile liquidare quella frase come pura arroganza. C'è anche dell'altro: la voce di un popolo che ha imparato, a carissimo prezzo, a distinguere tra la schiavitù del corpo e quella dell'anima. Che ha capito come si possa essere incatenati fuori e restare liberi dentro. Non soltanto presunzione, dunque: anche il grido di chi ha tenuto viva una dignità che nessuna umiliazione è riuscita a spegnere del tutto.

Gesù non li corregge su questo. Dice qualcosa di più preciso, e di più vicino a ciascuno di noi: «Chiunque commette il peccato, è schiavo del peccato.»

Nel Vangelo di Giovanni, peccato non indica soltanto il singolo atto sbagliato. Indica una condizione stabile: quella di chi non sa più bene quale sia la propria strada, o si è rassegnato a percorrerne un'altra, più comoda, più rispettabile, meno propria. È la schiavitù di chi ha costruito, nel tempo, una vita che funziona, che non dà fastidio a nessuno, e dentro la quale, nei momenti di silenzio inaspettato, si avverte una distanza da sé stessi, una sensazione che qualcosa manca. Pascal osservò che gli esseri umani fanno di tutto per evitare di restare soli in una stanza in silenzio. Non per mancanza di tempo, ma perché il silenzio porta a fare i conti con se stessi, e questo è ciò che si teme di più. Questa è la cattività che Gesù chiama schiavitù: non l'oppressione che viene da fuori, ma la fuga da se stessi organizzata dall'interno. Rimanere nella parola significa allora tornare: continuamente, pazientemente, anche quando non si ha voglia, anche quando la vita non lascia spazio. Tornare a quella voce lasciandosi interrogare da essa. Non solo dalle parti confortanti, ma anche da quelle che disturbano, che smontano certezze, che fanno vedere ciò che si preferiva non vedere. C'è una differenza decisiva tra leggere per trovare conferme e ascoltare lasciando aperta la possibilità di essere sorpresi… o scossi. La prima è un esercizio tranquillizzante. La seconda è un rischio. Ed è precisamente questo rischio che il testo chiama rimanere.

La verità di cui parla Giovanni non è avere le idee giuste. Non è vincere un dibattito teologico. È qualcosa che si incontra, che arriva e cambia chi la riceve: il vedere le cose come sono — se stessi, il mondo, la propria vita — senza gli “abbellimenti” con cui normalmente ci si protegge. Come ha mostrato Dostoevskij nei suoi romanzi, la verità non si argomenta: si vive, si incarna in una presenza. E questa verità trasforma: non aggiunge solo conoscenze, cambia la persona.

Barth ricordava che la libertà umana autentica non è mai libertà da qualcosa, ma sempre libertà per qualcosa: una risposta a Dio che ci libera. Non ci si libera da soli. Si diventa liberi nel momento in cui si riconosce una Voce che chiama come nessun altro sa fare. Oggi, commemorando il 17 febbraio 1848, ricordiamo che quella data non ha creato la libertà dei valdesi: ha tolto un'oppressione. La libertà più profonda l'avevano già trovata altrove: in una Parola tenuta viva per secoli, spesso a rischio della vita. E quella libertà non si eredita automaticamente. Va incontrata di nuovo, personalmente, da ciascuno, in ciascuna generazione.

«La verità vi farà liberi»: non più tranquilli, non protetti, non necessariamente vincitori. Liberi: con quella corrispondenza tra il proprio nome più vero, donato da Dio, e la vita che si sta vivendo.

Forse non sappiamo ancora con precisione cosa questo significhi per noi. Forse è giusto non saperlo ancora. Forse cominciare a porsela davvero, quella domanda, senza risponderle troppo in fretta. E forse questa è già, in qualche modo, una forma di rimanere.

Nella Parola che ci precede. Che ci attende. E che ci vuol liberare.

Amen!