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Domenica 1 febbraio 2026, "Reminiscere", seconda domenica del tempo di passione

pastore Emanuele Fiume

Romani 5,2

Mediante Gesù Cristo abbiamo anche avuto, per la fede, l'accesso a questa grazia nella quale stiamo fermi, e ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio.

Sermone

Alla proprietà privata della grazia di Dio non c’è divieto di accesso. Abbiamo accesso a questa grazia. Abbiamo accesso. Possiamo entrare, possiamo essere ricevuti in questa grazia come giustificati per fede e in pace con Dio. Questo accesso è aperto una volta per sempre. È aperto, e nessuno lo può chiudere. Perché la giustificazione del peccatore non avviene per gradi, non è operativa per un certo tempo, non si situa nel provvisorio, ma è realizzata e stabilita mediante l’opera storica del Signore Gesù Cristo. È un fatto, un dato di fatto, non un’idea, un’illusione, una pia speranza. È certezza. Ora, avere accesso a una persona importante o a un avvenimento particolare prevede sempre una rigida forma, quello che si chiama “protocollo”, che serve a rendere il giusto rispetto a ciascun partecipante. Perciò non si va a un ricevimento al Quirinale con il Presidente della Repubblica suonando al campanello chiedendo se è in casa, con le infradito e la camicia macchiata. E tanto meno alla presenza di Dio possiamo presentarci senza regole e senza l’abito buono. Ma qualche volta la personalità che ci rivolge l’invito provvede a istruirci nel protocollo e a fornirci tutto il necessario. Ai tempi dell’impero austroungarico nel corso della liturgia del Giovedì santo l’imperatore Francesco Giuseppe lavava personalmente i piedi a dodici poveri scelti tra i popoli del suo impero. Ma questi non si presentavano in chiesa con le calze bucate. Venivano prima lavati, rivestiti di nuovo e gratificati di una meticolosa pedicure. Perciò, l’imperatore lavava piedi già puliti e ripuliti. Allo stesso modo Dio ci invita a sé e provvede lui per noi al protocollo e al vestito nuovo. Il protocollo è l’opera di Cristo; il vestito nuovo è la sua giustizia perfetta ed eterna con cui ci riveste. E ora la differenza: Francesco Giuseppe poi invitava i poveri a cena e li rimandava a casa a sue spese con un dono in denaro. Invece i beneficati da Dio stanno fermi, stanno saldi, restano ben piantati nella sua grazia alla quale hanno avuto accesso. Restano con Dio. Questa è la posizione salda, definitiva, eterna, del credente giustificato: davanti a Dio, alla sua presenza, in comunione con lui. Lì stiamo fermi, lì abbiamo la nostra stabilità. Non siamo beneficati e poi rimandati indietro e dimenticati, come i dodici poveri dell’impero austroungarico, ma diventiamo figli, partecipiamo ai tesori di Dio, conosciamo la sua parola e i suoi pensieri, siamo istruiti e amati da lui. Abbiamo un Padre per l’eternità, e ce l’abbiamo davvero. Stare fermi nella grazia di Dio mediante il Signore Gesù Cristo, e starci per sempre, senza altra condizione che l’opera del Signore Gesù Cristo per noi.Se questo fosse il cristianesimo che si insegnasse, allora tutto l’apparato di mediazione della grazia, tutti gli aiuti e aiutini, tutte le ossa dei santi e tutte le ideologie del “devi”... nulla! Resterebbe nulla! Dio con la sua parola ti dice che sei giusto in Cristo, che hai accesso alla sua grazia e ci sei e ci resti saldo. Te lo dice Dio! E allora a che ti serve la processione? E che te ne fai delle ossa di san Francesco? Dio ti dice che con tutti i tuoi dubbi, con tutte le tue difficoltà, con tutte le tue domande, tu sei reso giusto in Cristo e piantato saldamente e per sempre nella sua grazia. E né il tuo peccato, né la malvagità del mondo ti possono espiantare dalla grazia di Dio. “E ci gloriamo...” cioè ci vantiamo. Ma come? Il credente non deve essere umile? Si può, si può essere umili e gloriarsi. Siamo – o dovremmo essere – umili in noi stessi, siamo umili come chiesa, ci vantiamo solo nella speranza della gloria di Dio. Perché? Perché Dio in Cristo ha compiuto tutto. Non operiamo, non cooperiamo per la nostra salvezza. Non dobbiamo nemmeno dire “Sì” perché è Dio che dice “Sì” a noi in Cristo. Non abbiamo scelto Gesù. Gesù ha scelto noi. Perciò l’Apostolo scrive ai Corinzi: “Chi si vanta, si vanti nel Signore” (I Corinzi 1,31), cioè non ti vanti davanti a Dio, ma vanti Dio, a lui soltanto rendi l’onore e la gloria. Ma siamo così noi? O siamo convinti che “il protestante” rappresenti una categoria spiritualmente e moralmente superiore grazie a una cultura della libertà, della responsabilità, del libro, della musica, della teologia, della filosofia... La vecchia tesi di Indro Montanelli, che sosteneva che tra le cause dell’inferiorità sociale dell’Italia ci fosse la mancata Riforma religiosa. Ora, questa tesi è storicamente discutibile, perché l’apartheid in Sudafrica e la guerra civile in Irlanda del Nord sono stati prodotti da un protestantesimo – diverso dal nostro, orgoglioso, trionfante, da rendita di posizione – ma comunque da un protestantesimo. Ed è anche teologicamente discutibile perché Gesù Cristo non ci ha mai chiesto di crederci migliori. Crederci migliori danneggia la nostra testimonianza e danneggia noi. Non ci vantiamo in chi siamo, e non ci vantiamo nemmeno perché crediamo. Possiamo – e dobbiamo – vantarci soltanto in chi crediamo, possiamo vantarci in Dio, perché la sua parola e la sua opera sono straordinarie, sono efficaci, sono vincenti. Quand’ero pastore a Prali una volta andai a trovare il signor Pascal, che mi disse: “Quelli che vanno in chiesa non sono poi migliori degli altri” e gli risposi: “È vero! Se vengono non sono migliori degli altri, ma se prima vengono, poi ascoltano, e poi mettono in pratica, allora direi che hanno qualche chance di migliorare!” Ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio. “Gloria” significa “presenza”. “Dare gloria” a Dio significa esaltare, festeggiare e vantare la sua presenza. E questa speranza non è campata in aria, non delude. C’è una gloria di Dio che conosciamo già ora, già in questo mondo. La gloria, la presenza di Dio nella nostra vita. Spesso oggi ci è difficile scorgerla. Conosciamo tutti meglio il dolore, la sofferenza, il dubbio, le grandi domande. Ma davanti a noi con tutti questi nostri problemi questa gloria c’è, ci è donata, dobbiamo riconoscerla ed esaltarla. Il mondo ha ridotto Dio a tre cose: per i cosiddetti praticanti un nonno che dice che cosa è giusto e che cosa è sbagliato in termini assoluti, per chi crede di saperla lunga un grande assente nelle tragedie della vita (“Dov’era Dio quando...”) e per chi non ci vuol pensare qualcosa che riguarda la morte o dopo la morte. Il Vangelo invece ci parla di Dio certamente che chiede giustizia, ma che prima di tutto dona giustizia in Cristo. Il Vangelo non è la giustizia che Dio pretende senza che quella stessa giustizia ci sia donata da lui. E ci è donata nella piena presenza, nella piena gloria proprio nell’atto tragico, ingiusto, terribile della morte di suo Figlio Gesù Cristo. Infine, che a partire dall’effetto di quel fatto storico Dio mantiene la sua gloria, la sua presenza nella nostra vita, adesso, nella grazia, nella profondità, nella consolazione, nella relazione. E il nostro vanto nella speranza della gloria di Dio deve farci pensare di più a tutto questo e farci parlarne di più.