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2 aprile 2026,

"Giovedì santo"

pastore Emanuele Fiume

Ebrei 10,11-24

Mentre ogni sacerdote sta in piedi ogni giorno a svolgere il suo servizio e a offrire ripetutamente gli stessi sacrifici, che non possono mai togliere i peccati, egli, dopo aver offerto un unico sacrificio per i peccati, e per sempre, si è seduto alla destra di Dio e aspetta soltanto che i suoi nemici siano posti come sgabello dei suoi piedi. Infatti con un'unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che sono santificati. Anche lo Spirito Santo ce ne rende testimonianza. Infatti, dopo aver detto: «Questo è il patto che farò con loro dopo quei giorni», dice il Signore, «metterò le mie leggi nei loro cuori e le scriverò nelle loro menti», egli aggiunge: «Non mi ricorderò più dei loro peccati e delle loro iniquità». Ora, dove c'è perdono di queste cose, non c'è più bisogno di offerta per il peccato. Avendo dunque, fratelli, libertà di entrare nel luogo santissimo per mezzo del sangue di Gesù, per quella via nuova e vivente che egli ha inaugurata per noi attraverso la cortina, vale a dire la sua carne, e avendo noi un grande sacerdote sopra la casa di Dio, avviciniamoci con cuore sincero e con piena certezza di fede, avendo i cuori aspersi di quell'aspersione che li purifica da una cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura. Manteniamo ferma la confessione della nostra speranza, senza vacillare; perché fedele è colui che ha fatto le promesse. Facciamo attenzione gli uni agli altri per incitarci all'amore e alle buone opere.

Sermone

Ci presentiamo qui stanchi. Di lavoro e di anni, gravati da impegni, da preoccupazioni e da problemi di salute. Fino ad essere una chiesa stanca, un intero cristianesimo stanco, un cristianesimo di cui avvertiamo più spesso il peso della testimonianza, del servizio, dei compiti nella chiesa… di quanto scopriamo l’aiuto e il sostegno. Se ascoltiamo noi stessi, siamo tutti profondamente convinti di aver dato più di quanto abbiamo ricevuto. Diamo la colpa agli altri, a quelli che non ci sono, alle troppe cose da fare e crediamo di consolarci tuffandoci in una ideologia della militanza, del sacrificio, moralista ed escludente. Questa è la nostra condizione, ma non è l’unica né la decisiva. Perché è come se osservassimo una montagna da sotto, pensando di doverla scalare… ma com’è la stessa montagna vista dalla cima? O dall’alto? E allora, com’è la nostra condizione vista da Dio? Se quanto descritto è il nostro tempo, la nostra eternità – dalla quale Dio ci vede e che c’è anche adesso – è in Cristo, è nell’essere suoi, giustificati da lui e santificati in lui, è nel cibarsi e dissetarsi realmente del suo corpo e del suo sangue in vita eterna, è nell’essere e diventare uno in lui e con lui. Questa realtà vista da Dio, eterna e presente, concreta e celeste, ci viene proclamata dal Vangelo e presentata nella Cena di Cristo.

Il corpo di Cristo con il quale abbiamo vera, reale, concreta comunione è in cielo, vittorioso per l’eternità. Cristo ha già vinto. Non per farci dimenticare i nostri piccoli o grandi guai sulla terra, ma per affrontarli e vincerli, perché siamo con lui e in lui. Questo è lo sguardo di Dio su di noi, così Dio vede noi, raccolti e raccogliticci, dubbiosi e credenti, attorno al suo Vangelo e alla tavola della Cena di Cristo. Dove c’è il perdono, non c’è più bisogno. Quante cose inutili e dannose facciamo con preoccupazione, convinti che ce ne sia un bisogno estremo? La lettera agli Ebrei – che in realtà è un sermone – ci descrive i sacerdoti ebrei del tempio, che offrivano sacrifici per il perdono dei peccati che avevano uno scopo soltanto come prefigurazione dell’unico vero sacrificio dell’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. I sacrifici di espiazione dell’antico patto mostravano ciò che sarebbe stato: il grande unico sacrificio che avrebbe salvato il mondo. E così è avvenuto: il Cristo sacerdote ha offerto sé stesso come vittima perfetta, come puro agnello, prendendo su di sé la conseguenza del nostro peccato, la morte, e applicando a noi la sua giustizia perfetta e la sua conseguenza, la vita. Allora, c’è l’unico sacerdote in eterno, Gesù Cristo, c’è l’unico Agnello senza macchia, Gesù Cristo, ma sappiamo che per celebrare il sacrificio occorre anche l’altare. Dov’è l’unico altare? In chiesa? no. Non celebriamo il sacrificio. La tavola della Cena non è un altare, non usiamo l’incenso dei sacrifici, io non sono un sacerdote e non indosso paramenti (la toga è un abito accademico e laico). L’unico altare è il Golgota, è il luogo storico dove Gesù ha versato il suo sangue. Ecco, è compiuto! È compiuto! Dove c’è perdono, non c’è più bisogno di offerta per il peccato. Non c’è più bisogno di altri sacrifici, non c’è più bisogno di rinnovamento del sacrificio di Cristo, non c’è bisogno di fare per, non c’è bisogno di metterci del nostro, non c’è bisogno di rendere vero, non c’è bisogno di realizzare un ideale, non c’è bisogno di… usiamo questa immagine, di voler versare la nostra acqua – batteriologicamente perfettibile – in un bicchiere pieno fino all’orlo di acqua limpida e purissima. E non è solamente inutile, ma è anche un rinnegamento, perché a Gesù che sulla croce dice: “È compiuto!” nessuno si deve permettere di rispondere: “Non ancora”. Non c’è da fare nulla… però c’è da vivere in Cristo, c’è da condividere i suoi benefici, c’è da annunciare il Vangelo della giustizia e della salvezza di Dio, e in questo lo Spirito santo ci dà l’imprinting, ci dà la parola, ci dà la consolazione e la forza. Abbiamo ricevuto tutto per poter dare tutto, e il tutto che abbiamo ricevuto sarà sempre maggiore del tutto che diamo.

Libertà di entrare nel luogo santissimo. Quando sei entrato nel luogo santissimo? Sei entrato dal venerdì santo all’Ascensione dell’anno 30. Con Gesù. La tua umanità era tutta nell’umanità di Gesù. Libertà di credere con sincerità, di sperare con fermezza non perché siamo sinceri e fermi noi, ma perché Gesù Cristo è verità ed eternità. Spesso crediamo di determinare noi la nostra posizione, come in un treno locale in cui possiamo scegliere il posto, ma mentre decidiamo se sederci qui o lì, il treno macina chilometri nella direzione prestabilita, che non dipende da noi. Agli occhi di Dio sei già nel luogo santissimo, davanti a lui, in Cristo, perché se sei cristiano, sei di Cristo, e se sei di Cristo, sei dove è il tuo Signore. Tu ti vedi sulla terra, solo; Dio ti vede in cielo, con Cristo. Ti guardi e pensi: “Io non sono degno…” tu così come sei no, ma tu così come sei in Cristo, allora sei reso degno, sei trattato come degno perché lui ha questa dignità e ti ha promesso di farti entrare. Cristo ha lavato il tuo cuore e il tuo corpo per darti la libertà di avvicinarti a Dio con cuore sincero e con piena certezza di fede, attraverso Cristo stesso, nel luogo della vita nuova e vivente, voltando le spalle alla vita vecchia e mortale che pensavamo fosse l’unica vita possibile, finché non abbiamo ascoltato il Vangelo di Dio.

Questa è la realtà celeste, che ti viene presentata e attestata nella Cena di Cristo: sei stato perdonato per l’eternità, sei accolto, puro, con Cristo, nei luoghi celesti. La Cena ti mostra in terra quello che sta avvenendo in cielo: tu vivi nutrito e dissetato in vita eterna dalla carne e dal sangue che Cristo ha dato per te. L’errore è stato quello di non tenere la distinzione tra realtà e segno: io sono sicuro che il corpo e sangue di Gesù sono il mio nutrimento in vita eterna così come mangio questo pane e bevo questo vino – che restano pane e vino, ma mi testimoniano e mi assicurano che davanti a Dio siamo resi giusti, santi e viventi per sempre dal solo Cristo, che noi siamo in lui e lui in noi. Qui, noi vediamo un gruppo che condividerà un pezzo di pane e un sorso di vino dopo una preghiera semplice semplice. Ma pane e vino sono la comunione al corpo e al sangue di Cristo, cioè il segno materiale che siamo congiunti a quel corpo e a quel sangue, dati per noi sulla croce ed esaltati per noi all’Ascensione, che sono per noi alla destra di Dio, al luogo di Dio, lì dove siamo per fede e lì dove saremo, lì dove Dio già ci vede. Quindi, la nostra realtà nascosta, ma concreta e vera, rivelata dalla Cena semplice di Cristo: siamo davanti a Dio, per sempre, da tanti a diventare uno, uniti a Cristo, giustificati in Cristo, santificati in Cristo, nutriti e dissetati in vita eterna. Noi qui vediamo solo pane, vino e un po’ di gente, ma la verità non è sempre quella che vediamo noi, perché Qualcuno ci sta guardando vedendo il suo Figlio eterno che ci raccoglie, ci consola, ci dà sé stesso come necessario e abbondante per vivere felici per sempre. Dio ci vede così, e ce lo dice con il suo Vangelo, e siccome siamo un po’ sordi, ce lo mostra, dimostra ed esprime con l’acqua del Battesimo e con la condivisione del pane e del vino della Cena. Dunque la realtà eterna è realizzata e la comunicazione di questa realtà è efficace… fedele è chi ha fatto le promesse. Adesso non ti resta che fare attenzione, a prenderti cura degli altri, perché l’unione in Cristo in cielo in cui Dio ti vede non sia trascurata, negata e frantumata da te in terra, perché tu possa avere la libertà di vivere come Dio ti vede, partecipando tutti a questo unico pane, essendo insieme un solo pane e un solo corpo, lasciando al passato pensieri e parole di critica distruttiva, di disprezzo, di indifferenza, di invidia, di cattiveria, fino al giorno in cui Gesù Cristo si manifesterà nella gloria e ci raccoglierà nel suo regno, fino al giorno in cui lo sguardo di Dio su di noi sarà l’unica chiave di comprensione degli altri e di noi stessi per sempre.